Un giorno lo dirò al mondo, un libro per ricordare che nessuno può avere il diritto di uccidere

Un libro in cui si fondono l’inchiesta giudiziaria ed il racconto autobiografico. Questo è Un giorno lo dirò al mondo (Mondadori, 2021) di Alessandro Milan, un testo che non rappresenta soltanto il risultato di un fruttuoso lavoro giornalistico, ma anche e soprattutto il racconto di un’esperienza che segna indelebilmente l’autore.
Nel volume viene analizzata una vicenda giudiziaria sfociata in una condanna alla pena di morte.
Tutto comincia con il ritrovamento a Norfolk in Virginia (USA) del cadavere di una ragazza di diciassette anni. È il settembre del 1993 e i sospetti di quello che è chiaramente un omicidio ricadono immediatamente sul fidanzato della giovane, il ventiseienne italo-americano Derek Rocco Barnabei.
Alessandro Milan per vent'anni ha cercato di arrivare alla verità, restando fermo nella convinzione che nessuna risposta possa giustificare la barbarie di una condanna a morte. Del resto, la pena capitale «è sbagliata, sempre e comunque, anche per chi si è macchiato di un crimine efferato oltre ogni ragionevole dubbio».
Il libro inevitabilmente non può che trattare il tema delle implicazioni morali e giuridiche dell’istituto della pena di morte che risulta sempre più odiosa e contraria a qualsivoglia principio etico e di diritto, assumendo i caratteri di una sorta di vendetta dello Stato totalmente contraria al recupero ed all’emenda del condannato. Per certi versi è come se prevalessero istinti primordiali contrari al progresso ed alla solidarietà che dovrebbero ispirare uno Stato civile.
Un giorno lo dirò al mondo ha chiaramente il suo protagonista in Alessandro Milan, all’epoca dei fatti giovane collaboratore di una realtà che muoveva i primi passi: Radio24. Egli, guidato da un giornalista più esperto, si dedica spasmodicamente al caso riuscendo pure ad organizzare alcune interviste telefoniche con il detenuto che è recluso in un carcere di massima sicurezza. Il lavoro di Alessandro Milan ottiene una enorme eco tanto che viene inviato in America per organizzare i collegamenti durante le ultime ore di vita del condannato.
Così non solo conosce personalmente la madre del detenuto, ma soprattutto entra in contatto con l’assistente spirituale di Barnabei. L’ottica ed il punto di vista privilegiato del sacerdote avvalorano quanto odiosa e priva di senso sia la pena capitale anche sotto il profilo etico-religioso. Come detto, la pena di morte è intesa come una sorta di vendetta da parte dello Stato, una vendetta che non ha alcuna altra finalità. Il sistema punitivo americano è evidentemente agli antipodi rispetto a ciò che dispone l’Art. 27 della nostra Carta Costituzionale per il quale non è giammai ammissibile la pena di morte. Il principio che ha ispirato i Costituenti è che la pena deve tendere alla rieducazione e, quando possibile, al recupero ed al reinserimento del detenuto. È chiaro il diverso approccio e la diversa filosofia che ispira i due regimi che non è esagerato definire diametralmente opposti.
In conclusione, possiamo affermare che non vi è dubbio alcuno che la nostra Carta, per quanto datata, sia di gran lunga più avanti in tema di funzione sociale della pena, una pena che non deve mai perdere di vista la finalità dell’emenda e del recupero.
In copertina: Immagine tratta dal film Un condannato a morte è fuggito (1956) di Robert Bresson
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Classe 1956, Federico Bizzini è avvocato del Foro di Caltagirone. Nella sua lunga carriera ha curato la assistenza e la difesa in giudizio delle maggiori compagnie di assicurazioni; si occupa di Diritto del Lavoro e delle relative controversie. Ha offerto una difesa completa ai propri assistiti, curandone l'assistenza sia negli aspetti civilistici che negli eventuali risvolti penalistici. Da sempre impegnato nel sociale, è stato giovanissimo consigliere comunale a Caltagirone. Appassionato lettore, cura da anni una rubrica settimanale di recensioni di novità editoriali su una nota emittente televisiva locale.







