Quando lo Shiatsu entra in ospedale

Autore:
Angela Longo
20/12/2015 - 12:01

INTERVISTA - “Dalla struttura di riabilitazione, che accoglie subito dopo la rianimazione, a quelle di lungodegenza dove si è ospiti per sempre, ho accompagnato persone in viaggi imprevedibili e misteriosi; testimone di destini insondabili, ho condiviso emozioni ed esperienze, ho toccato con mano l’Essenza di ognuno. Ho compreso l’universalità delle esigenze e imparato che le persone cerebrolese hanno bisogno di ciò di cui tutti noi abbiamo bisogno: accettazione, presenza, “lasciar andare”, benessere e qualità della vita… ho utilizzato le mani e lo Shiatsu come strumento sensibile per sentire e consentire vitalità, per animare un punto di contatto” è così che Sabrina Servucci, un’operatrice Shiatsu che tratta pazienti in stato vegetativo o in minima coscienza, racconta l'esperienza che definisce unica, ovvero quella dello shiatsu in ospedale, argomento affrontato nel suo libro: “Punto di Contatto. Quando lo shiatsu entra in ospedale".

“Sono una donna che ha due grandi passioni: scrivere e lo shiatsu; quest’ultimo da 15 anni è diventato il mio lavoro. Dall’età di 18 anni fino ai 35 mi sono occupata di marketing, poi, nel 1998, ho incontrato lo shiatsu e, dopo un percorso triennale, quello che sentivo essere la mia dimensione è diventata anche la mia professione, continuando però a studiare con un master in medicina cinese di altri tre anni e numerosi altri corsi.” 

Come ti sei avvicinata allo shiatsu? Il tuo primo ricordo. 

“La decisione di iscrivermi al corso è stata repentina, quasi un’illuminazione. In realtà, però, credo che questo percorso fosse latente nella mia vita già da tempo o, almeno, l’attitudine al contatto manuale, all’ascolto. Alla fine tutto si è manifestato con forza, in un grande desiderio che mi ha portata a trovare comunque lo spazio e il tempo per frequentare le lezioni, studiare a casa e fare esperienze formative durante i weekend, mentre ancora mi occupavo di altro.” 

Oltre al contatto, quanto è importante la comunicazione verbale nel rapporto con il paziente? 

“La comunicazione verbale è importante perché fa parte del nostro codice espressivo, nonostante sia un aspetto che può dar luogo a malintesi, può essere manipolato ed essere meno autentico nella sua comprensione. Invece, le mani, il silenzio o la sintonia tra due persone, hanno una loro autenticità intrinseca, che arriva con un’immediatezza maggiore, se si è disposti ad ascoltare. Naturalmente non può essere l’unica strada di comunicazione.” 
 

Da nove anni fai esperienza con pazienti in stato vegetativo o in minima coscienza, nel tuo libro racconti 18 storie che dimostrano la dignità d'essere sempre e comunque, anche in condizioni esistenziali critiche. 

“Dopo qualche anno in una struttura di riabilitazione, da cinque anni collaboro con la Residenza S.Pietro di Monza, che colgo l’occasione per ringraziare. Con il suo “Progetto SLAncio”, ha creato una struttura di lungodegenza dedicata, oltre che ai malati di SLA, proprio a persone con gravi cerebrolesioni e alterazioni della coscienza alle quali vengono offerte prestazioni a vari livelli ma tutte allo scopo di stimolare e aumentare benessere e vitalità. Il termine “stati vegetativi” è ormai obsoleto, oggi si parla di persone in stato di “veglia non responsiva”. Attraverso le esperienze descritte nel libro spero si possa comprendere che lo shiatsu è molto più di una tecnica pressoria, anche se non viene riconosciuta come terapia: è uno scambio vitale. In genere cerco sempre una comunicazione con i riceventi, fatta di silenzi e di empatia, ma anche di una comunicazione verbale, che diventa uno stimolo aggiuntivo per loro. È qualcosa di spontaneo e di umano che rende tutto più naturale.” 

A proposito di umanità, ogni paziente si porta dietro un mondo, cioè la famiglia.

La difficoltà per la famiglia è accettare una situazione che può durare anni, anni non quantificabili. In questo casi, infatti, non si parla di una malattia, ma di una “condizione” stabile. Il messaggio che mi piacerebbe passasse, dunque, è quello di cercare di far osservare il paziente, così come è, alla sua famiglia che lo vede diverso da come lo aveva conosciuto e che vive la perdita della persona che era prima. A volte mi dicono “era vivace, era un musicista, era un artigiano, amava i bambini…”, ma al di là di come era o come sarà, la persona ora è qui ed è questa. Ecco perché a volte invito i familiari ad assistere al trattamento, cercando di creare una vicinanza maggiore tra me e loro.” 

Come ti ha cambiata questa esperienza? 

“Questa esperienza è una scuola, per questo nel libro li chiamo ”i miei maestri silenziosi”. Di fronte ad una condizione così particolare, di totale sospensione, di mancanza di mezzi espressivi così come siamo abituati (la parola, la gestualità, il pensiero), in cui è difficile anche soltanto capire se la persona è presente o se non lo è, se quel cenno che ha fatto lo ha fatto davvero oppure l’ho sognato, devo essere ben centrata. Questa è una scuola dove sei costretta a prendere una posizione tra il rimuovere tutto oppure rimuoverele aspettative ei pregiudizi e scoprire una via diversa, accettando il momento in cui sei.” 

Solo Lombardia e Toscana riconoscono ufficialmente lo shiatsu. Credi che i tempi siano maturi per l’ingresso di queste esperienze anche in altre strutture nel resto del nostro Paese? 

Il riconoscimento, per come lo intendo io, è ancora molto lontano ovunque. Alcune regioni, come la Lombardia, hanno cercato di regolarizzare la disciplina prevedendo appositi registri regionali che danno un profilo qualitativo agli operatori e una certa garanzia all’utente. Questi esempi virtuosi rispondono ad una domanda esistente e manifesta che utilizza la disciplina e ne ha beneficio. Purtroppo, però, da qui a dire che non ci sono resistenze, ne passa... C’è ancora molta strada da fare e si farà proprio dove ci saranno direttori sanitari curiosi e coraggiosi che dicono “proviamo!” senza pregiudizi, né competizione. 

Articolo scritto da Angela Longo

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