Le mimose non bastano

Autore:
Marisa Falcone
07/03/2016 - 09:23

E domani torniamo a celebrare l’8 marzo; sarà un tripudio di mimose  e un gran parlare della condizione della donna; poi le mimose seccheranno e i discorsi retorici cesseranno e tutto ritornerà come prima.

Le pagine dei giornali propinandoci quotidianamente episodi più o meno gravi di violenza domestica hanno finito per svolgere una funzione anestetizzante sui lettori che ormai gettano un’occhiata distratta ai titoli o al massimo alle prime righe dell’articolo pubblicato, per poi passare oltre come se la violenza domestica fosse  un fatto sgradevole ma quasi inevitabile.

La dimensione del dramma umano che vive la vittima di violenze rimane così un fatto intimo, appartiene a  chi la violenza la subisce. Eppure la violenza e i maltrattamenti incidono profondamente le carni e l’animo di chi ne è vittima tanto da lasciarne traccia indelebile nel suo DNA.

È quanto è emerso da una ricerca scientifica pubblicata su “Molecular Psychiatry” circa due anni fa; lo studio condotto sul DNA ha mostrato che la lunghezza dei Telomeri, piccole porzioni di DNA che si trovano alle estremità dei cromosomi e che si riducono ad ogni divisione cellulare, fungendo da veri e propri indicatori della longevità dell'individuo, si accorcia in caso di violenza e maltrattamenti a dimostrazione di  un invecchiamento precoce. Secondo questo studio sarebbe addirittura databile l’epoca della violenza e dei maltrattamenti.

Pensiamo a quanto potrà essere utile un test di questo tipo nei processi celebrati contro gli autori di violenze e maltrattamenti perché fornirà elementi probatori importanti che potranno essere cristallizzati ancor prima della celebrazione del dibattimento tramite consulenze e perizie atte a documentare l’alterazione dell’espressione genica che attraverso la Metilazione del DNA influenza numerose caratteristiche individuali.

Sarà quindi possibile  garantire a chi ha subito violenze e maltrattamenti  una corretta tutela giudiziaria e un più equo risarcimento che tenga conto dell’effettiva dimensione del danno conseguente al fatto delittuoso.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1995/96 ha lanciato l’allarme sulla violenza contro le donne come fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie: “La violenza contro le donne rappresenta un problema di salute enorme [...] A livello mondiale, si stima che la violenza sia una causa di morte o disabilità per le donne in età riproduttiva altrettanto grave del cancro e una causa di cattiva salute più importante degli effetti degli incidenti stradali e della malaria combinati insieme”.

La violenza contro le donne non è infatti solo un problema politico, sociale, culturale, ma è anche un problema medico, perché le conseguenze sulla salute psicofisica sono devastanti. La donna che subisce violenza utilizza tre volte di più i servizi socio-sanitari, gli psicofarmaci, perde giorni di lavoro e va più facilmente incontro a invalidità permanente; costa quindi alla società molto di più.

I segni del corpo sono quelli che di solito mettono in allarme, si tratta innanzitutto di lesioni quali: ematomi, traumi cranici, rottura del timpano, tagli, bruciature, abrasioni. In caso di violenza sessuale possono insorgere  infezioni nell’apparato genitale,  disturbi della sfera sessuale urinaria,  gravidanze non desiderata; si possono contrarre l’AIDS e  altre malattie sessualmente trasmissibili. Numerose donne muoiono a seguito di una violenza.

Ma una donna che ha subito violenza o maltrattamenti in realtà può andare incontro a tutti i tipi di malattie: un dato che fa riflettere è che nei casi di disturbo gastrointestinale, il 30-60% delle pazienti ha vissuto una storia di violenza fisica e/o sessuale. In realtà quelle che sfuggono sono le conseguenze indirette scatenate dallo stress e mediate dal malfunzionamento del sistema immunitario, conseguenze che sono in grado di colpire qualsiasi organo o funzione.

Le donne maltrattate ricorrono a trattamenti psichiatrici con una frequenza 4 o 5 volte maggiore rispetto alle donne non maltrattate; presentano spesso disturbi post-traumatici da stress, disturbi alimentari, disturbi d’ansia, depressione, attacchi di panico, calo dell’autostima; tendono ad abusare di alcool, psicofarmaci e/o sostanze stupefacenti.  

Il 10% delle vittime di violenza domestica inoltre tenta il suicidio: una ricerca francese riporta che il rischio di suicidio è ventisei volte maggiore in casi di violenza sessuale subita.

La psichiatria purtroppo spesso si limita a curare il sintomo con i farmaci; dovrebbe invece  interrogarsi sulle cause del sintomo, scoprirebbe così che spesso alla base del sintomo c’è una condizione di violenza perpetuata nel tempo, ed è su questa che si deve lavorare, non solo sul sintomo.

L’influenza della violenza sulla salute può persistere per molto tempo dopo che la violenza sia stata subita: più grave è la violenza, più elevato è il suo impatto sulla salute fisica e mentale della donna.

La violenza e i maltrattamenti sulle donne e le loro conseguenze sono stati ignorati dalla società e di conseguenza dai servizi sanitari, e continuano ancora a non ricevere adeguata attenzione. È tempo che la società e  il mondo della sanità si responsabilizzino, le cicatrici emotive sono più profonde di quelle fisiche, procurano dolore intenso e risultano più difficili da guarire. Le loro conseguenze si ripercuotono nei rapporti quotidiani perché segnano chi le porta e non consentono di interagire serenamente con la realtà circostante.

 

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