Inquinamento microbiologico e trivellazioni: le scure del mare pugliese

BARI - La Puglia è ormai riconosciuta come una delle mete più ambite dai vacanzieri italiani ma c’è anche chi ogni giorno questa terra decide di abbandonarla. Alle spalle di questi via vai vi è di certo una continua alternanza di svalutazione e valorizzazione del territorio che si presta facilmente ad essere tanto amato quanto odiato, abbandonato ma mai dimenticato, rinnegato da alcuni e strenuamente difeso da altri. Così, anche il mare, una delle maggiori attrazioni del turismo pugliese, non costituisce eccezione e, se pur ci sono zone in cui le acque risultano cristalline, i dati che ogni anno Goletta Verde riscontra non sono confortanti.
Il risultato del monitoraggio effettuato nel 2015 ha rivelato un generale miglioramento della qualità delle acque marine pugliesi rispetto agli anni precedenti, ma le analisi accurate portate avanti dal laboratorio mobile del celebre veliero di Legambiente parlano chiaro: acque inquinate e fortemente inquinate. Queste, infatti, le descrizioni relative ad alcuni tratti di mare che si trovano in prossimità di foci di fiumi e torrenti, di canali o scarichi non depurati. E nessuna provincia può dirsi salva.
A non godere di ottima salute sarebbero le acque marine di tutta Italia, considerando che su 266 campioni di acqua analizzati il 45% è risultato contenere cariche batteriche superiori ai limiti imposti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010).
In particolare, in Puglia, sono 9 i punti risultati illegali rispetto ai 30 monitorati lungo gli 865 chilometri di costa. L’inquinamento riscontrato è di tipo microbiologico: queste zone presentano un alto tasso di batteri (escherichia coli e enterococchi intestinali) che supera i valori consentiti dalla legge e che può causare danni anche alla salute della popolazione, ai bagnanti o a chi consuma frutti di mare. Il discorso è strettamente connesso ai 187 depuratori totali in servizio degli agglomerati pugliesi. Sono, infatti, diminuiti gli impianti che scaricano nel sottosuolo e per gli altri sono state avviate le dovute procedure di potenziamento ma a rendere particolarmente critico il ciclo di depurazione vi è la presenza di numerosi scarichi anomali (arrivi impropri di acque meteoriche, di vegetazione e di natura lattiero-casearia).
In materia politica si sta cercando di intervenire sul decreto sblocca Italia revocando le risorse economiche messe a disposizione dal CIPE laddove i progetti del settore idrico e depurativo si sono arenati per via di amministrazioni poco laboriose o di problemi progettuali. I fondi sono stati destinati e nuovamente attribuiti a quei progetti dove un miglioramento delle infrastrutture depurative si presenti più concreto e rapido così da evitare ulteriori sanzioni dalla Corte di Giustizia europea.
Di pochi giorni fa è, invece, la notizia di un ripensamento del governo in merito alle trivellazioni nel mare Adriatico alla ricerca degli idrocarburi. Esse non saranno più consentite entro le dodici miglia. Ad orientare la nuova e sorprendente decisione del governo italiano vi è sicuramente l’influenza della conferenza COP21 di Parigi che tanto ha insistito sulla necessità di un futuro che abbandoni i combustibili, ritenuti ormai un pericolo per la salvaguardi del pianeta Terra. I segnali di qualche cambiamento, dunque, iniziano a vedersi già in casa nostra ed è stato proprio il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ad annunciare entusiasticamente che il governo ha attuato la totale “retromarcia sulle proprie intenzioni di far trivellare l’Adriatico e lo Ionio alla ricerca di idrocarburi”.
Un grande successo per le tante associazioni ambientaliste che si erano mobilitate sin da subito in questo senso. Dieci erano state le regioni italiane a chiedere e ad ottenere il referendum, che si sarebbe dovuto svolgere a maggio, proprio a causa dell’elevato malcontento manifestato su questo tema. In Puglia, l’area a rischio trivellazioni corrisponde a 1,6 milioni di ettari di mare dal Gargano al Salento con conseguenti danni legati al turismo e alla pesca. È inoltre certo che alcune tecniche di ricerca come quella dell’Airgun causino danni a diverse specie marine, soprattutto ai cetacei: la pressione delle onde sonore provoca effetti destabilizzanti come la perdita dell’equilibrio e il conseguente spiaggiamento delle varie specie.
Ora non resta che aspettare il passaggio definitivo degli emendamenti presentati dall’esecutivo alla legge di stabilità per ripristinare le dodici miglia per le perforazioni petrolifere nell’Adriatico. Piccoli passi, dunque, per grandi cambiamenti.
A cura di Raffaella Sacco
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