Green Woolf: riciclo della lana per fertilizzare la terra

Un "lupo verde" che mangia le lane di scarto, capace di trasformare un rifiuto industriale in un fertilizzante biologico: questa l'idea per "green-woolf" - nel nome un gioco con le parole inglesi "wool", lana, e "wolf", lupo - un fertilizzante ottenuto per idrolisi dalla lana non filabile, con un processo che utilizza solo acqua ad alte temperature. Il fertilizzante ottenuto può essere liquido o solido, in granuli di "pellet", ed è attualmente sperimentato in campo su vigna e piccoli frutti. Sarebbe quindi capace di nutrire in modo totalmente naturale e conveniente colture estensive come la vite. Non un piccolo riciclo "di nicchia", ma un metodo capace di sollevare la pastorizia dal costo delle lane inutilizzabili ad uso tessile, rilanciare una produzione industriale di macchinari per il mercato italiano ed estero, e diffondere le buone pratiche di agricoltura biologica. La lana, come i capelli e le unghie, è composta in maggior parte da cheratina, una proteina. "Romperla" per renderne disponibili le sostanze è l'intuizione dell'ingegnere e professore Claudio Tonin, "prodotto" di quel territorio che è sinonimo di eccellenza del tessuto, il biellese. L'istituto dove è stato sviluppato il processo è il CNR di Biella, ISMAC - istituto studio macromolecole - ovvero l'evoluzione del centro ricerche e sperimentazione laniera "O.Rivetti". L'equipe, tutta italiana, è coordinata dalla dottoressa Raffaella Mossotti, e si avvale della partecipazione del Politecnico di Torino e di una ditta del territorio specializzata in costruzione di autoclavi, la OBEM.
Insieme all'utilizzo come isolante in edilizia, questa potrebbe essere la soluzione? Sembra proprio di si; sarebbe possibile trattare tutte le lane di scarto, che tralaltro sono inutilizzabili come combustibili perché autoestinguenti e ricche in zolfo. Caratteristica che le rende invece adattissime per la trasformazione in concime, come spiega la dottoressa Mossotti: "Carbonio, azoto, potassio, microelementi, aminoacidi con una azione bio-stimolante; questo è stato rilevato nei test, in laboratorio ed in vaso. Ora stiamo sperimentando in campo, a fine luglio avremo i risultati per il tasso zuccherino nei piccoli frutti, e a settembre -ottobre per le uve". Lo zolfo rende adatto Green Woolf per le vigne ed un agricoltore, Filippo Prolo, lo sta sperimentando su piante che non venivano concimate da tre anni. Il gruppo di controllo sarà su piante non concimate, ma i risultati sembrano essere paragonabili ai prodotti chimici, senza avere costi di produzione maggiori. La dottoressa Massotti specifica: "Produrre il fertilizzante costa 30-40 cent al chilo calcolando il costo vivo della caldaia e del processo di idrolisi, che dura dai 60' ai 90' a 170-180°, con una pressione di 9 BAR. Bisogna aggiungere il costo di conferimento delle lane, che in certe regioni potrebbe avere il suo peso. Noi non siamo economisti, ma ci stiamo attrezzando per calcolare anche quello: il 16 giugno p.v. presenteremo la relazione finale del progetto con un evento dimostrativo a Biella, ed in quella occasione produrremo anche questi dati. Il prezzo di vendita del Green Woolf potrebbe essere di 3 euro al chilo; permetterebbe di recuperare l'investimento per il macchinario, circa 65.00 euro, in circa due anni. Sono stati realizzati due impianti: uno fisso che resterà alla OBEM e che può trattare 100 kg di prodotto, e non necessita di un fuochista professionista. Installato presso un consorzio od una azienda, può essere utilizzato dallo stesso pastore. Il secondo macchinario tratta 20 kg. di lana per volta, ed è quello mobile con cui stiamo tenendo degli incontri dimostrativi nelle regioni italiane più legate alla pastorizia: Sardegna, Sicilia, Lazio e Toscana. Siamo stati in Toscana, a Scansano, ed in Sicilia, a Gela. Il 23 giugno saremo nel Lazio. Abbiamo ricevuto delle richieste da Campania ed Abruzzo. Gli spagnoli sono molto interessati, anche Canada ed Iran. Tutti i paesi che hanno grossi allevamenti di capi da carne sono nostri potenziali clienti".
Partito nel 2013, il progetto - finanziato al 50% dalla comunità europea nell'ambito dei programmi "Life +" - ha un importo complessivo di due milioni di euro: "l'altro 50% del finanziamento sono le nostre ore di lavoro, con questo progetto dei ricercatori a tempo determinato hanno avuto lo stipendio per tre anni" - aggiunge la dottoressa Massotti - "devo anche menzionare la disponibilità della OBEM, che non ha visto le attività aggiuntive del nostro progetto come un intralcio, e la collaborazione degli agronomi di Up To Farm, una spin-off universitaria di Torino. Il nostro istituto ha saputo evolversi ed adeguarsi ai nuovi filoni di studio. Sono arrivata qui venti anni fa, ho svolto il mio tirocinio in biologia, ho potuto spaziare in campi diversi. Anche il professor Tonin è molto legato alle conoscenze dell'istituto e del territorio, l'idea è maturata da una vita di studi sulle proprietà dei tessuti".
Le razze ovine da carne producono circa 2 kg. all'anno di lana per capo, non utilizzabile per l'abbigliamento. Dalle 18 alle 20.000 tonnellate vengono prodotte ogni anno in Italia, più di 200.000 tonnellate in Europa. Il 40% delle lane prodotte sono di questo tipo, ovvero sucide (non lavate), e classificate come rifiuto industriale di classe 3, e portarle in discarica ha costi non indifferenti (oltre a quello della tosatura annuale).Questi costi portano spesso allo stoccaggio e smaltimento illegali. Il processo e l'idea totalmente italiani porterebbero a riciclo completo del rifiuto, risparmio e concimazione biologica facilmente disponibile. Non resta che augurare "in bocca al lupo" a Green Woolf, il mangia-lana ecologico.
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