Fede e laicità, alla ricerca di nuove forme di convivenza nell’odierna Europa

Autore:
Federico Bizzini
11/09/2021 - 03:22

«Oggi in Europa viviamo in società sempre più complesse dal punto di vista etnico, religioso e culturale. Si tratta di una situazione determinata in parte dai fenomeni migratori che caratterizzano la nostra epoca, in parte dalla generale perdita di un orizzonte culturale compatto all’interno di una stessa comunità politica. In altri termini, le nostre società diventano sempre più complesse certamente grazie all’iniezione di contributi culturali che vengono da fuori, ma anche a causa delle spinte centrifughe interne che caratterizzano le società liquide».

Parte da questa premessa di carattere generale Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli, 2018 - nuova edizione completamente rivista, 2020), interessante volume della filosofa e giornalista Cinzia Sciuto.

In una società pervasa dai fondamentalismi e dalle posizioni sempre più radicali, la scrittrice ritiene che la laicità sia la migliore condizione per la coesistenza delle diverse religioni, laicità che viene intesa come principio al quale nessuna religione può derogare.

In società complesse occorre individuare un nucleo di valori di riferimento ed in uno Stato democratico occorre, pertanto, porre alla base una radicale laicità come insieme di condizioni che consentono alle varie religioni di esprimersi in una società plurale. Laicità non da contrapporre a religiosità poiché l’avversario del laico non è il credente, ma il fondamentalista. La laicità non è nemica della fede, la religione non può informare lo Stato e nessuna religione deve violare i precetti laici della società. Alla base del concetto di laicità vi è il presupposto della separazione fra potere politico e potere religioso.

La disamina del tema non può poi prescindere dall’analisi dei rapporti tra lo Stato e la religione cattolica che è quella più praticata dagli italiani. Fintantoché le altre religioni non hanno avuto grande diffusione nelle nostre comunità, è stato in genere comprensibile l’insegnamento a scuola della religione maggioritaria. Possiamo senz’altro affermare che a Cesare non basta più che Dio rimanga nel suo ambito ma bisogna che accetti i principi laici dello Stato.

I moderati di tutte le religioni sono impegnati a riconsiderare i loro principi religiosi in modo compatibile con lo Stato laico. In sostanza, non interessa l’aspetto religioso delle confessioni, ma il loro ruolo pubblico, sociale e politico. Se il prete ha diritto di attaccare la libertà di abortire, ogni cittadino ha il diritto di criticare le religioni tutte, sottolineando così un limite, comunque insuperabile, entro cui il credente può contestare il diritto di abortire. Vale l’antico slogan secondo cui il personale è politico perché non si può giustificare la minima violazione dei diritti e delle libertà delle donne. L’islam è nemico delle donne perché fondato sul patriarcato e, per quanto possa farsi applicazione dei principi laici, è estremamente difficile la coesistenza con una religione che mette in dubbio la supremazia dello Stato nel contesto civile.

Interessantissimo nel libro il rilievo del parallelismo che può farsi tra alcune posizioni oltranziste religiose ed il silenzio mafioso della maggioranza dei siciliani come creazione dell’ambiente per tollerare la mafia. Il mafioso non pretende l’adesione alla mafia, ma gli basta che la società si volti dall’altro lato e sappiamo quanti danni ha causato questo atavico atteggiamento.

Vi è poi la sempre dibattuta e mai sopita questione del velo che alcune religioni impongono alle donne di indossare. Non si discute dell’aspetto esteriore dell’abbigliamento e del pezzo di stoffa, ma di quello che significa. Non è in discussione la libertà di indossare ciò che si vuole, ma occorre valutare se si tratti di una libera scelta. Nella Prima Lettera ai Corinzi è scritto: «Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.

L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo».

Le conseguenze per le donne che rifiutano di indossare il velo possono giustificare in un’ottica primitiva anche il mancato controllo delle pulsioni maschili. Questo non significa che la donna che indossi il velo sia una fondamentalista. È dunque importante discutere pubblicamente del valore da attribuire al velo come libera manifestazione di un proprio sentimento religioso: la Francia, ad esempio, ha fatto la scelta drastica di vietarne l’uso nei luoghi pubblici. Le culture non possono essere cristallizzate e dobbiamo decidere se il valore estetico venga prima del diritto alla libertà, alla giustizia e alla dignità. Tutto ciò non può prescindere dal rispetto delle altrui credenze.

Nell’accezione mafiosa, tribale e patriarcale del rispetto si pretende che gli altri non interferiscano negli “affari di famiglia” e del clan. Ma poiché ogni singolo individuo è il mio prossimo, ognuno deve poter vivere liberamente e criticare ogni aspetto delle altrui credenze religiose. Parafrasando il Vangelo potremmo dire che le culture sono state fatte per gli esseri umani e non viceversa. Insomma, senza dimenticare che il soggetto titolare di diritti è solo ed esclusivamente il singolo individuo e non i gruppi, si può affermare che è l’individuo ad essere portatore di identità ed appartenenze, non l’appartenenza a definire l’individuo.

Se un gruppo ha diritto di difendere i propri postulati, occorre verificare quale sia il limite pubblico che essi incontrino. È qui il pensiero non può che andare a coloro che, a partire da Salman Rushdie per arrivare a Charlie Hebdo, hanno offeso l’Islam e alle terribili conseguenze derivate da queste offese. Il diritto alla diversità si scontra con quello dell’universalità della giurisdizione per la pacifica convivenza e sicurezza. Non dimentichiamo mai, però, che nessuno è legibus solutus.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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