“L’aria del continente”, un mito che continua a fregare la Sicilia

Autore:
Enzo Faraone
03/06/2020 - 03:56

Dopo lo sbarco dei Mille i latifondi si formarono con la venuta dei Piemontesi, che svendettero ai loro “collaborazionisti” tutte le terre demaniali strappate ai contadini che ne avevano l'uso civico da centinaia di anni; e troppi siciliani, abituati da anni ad una forte economia con una stabile e solida moneta, si ritrovarono da un momento all’altro a non avere più un soldo in tasca e in tanti pensarono di fare fortuna emigrando. In quegli anni vi era una forte richiesta da parte dei paesi d’oltreoceano di manodopera, e le nuove navi a vapore trasportavano uomini, non più merci.

L’emigrazione fu pubblicizzata e favorita da un sistema diffuso di agenti sparsi in tutto il territorio (circa 5.000), i quali lucravano (con una percentuale di guadagno del 3% sul costo del biglietto) su ognuno che convincevano ad andare via sottraendo la propria mente e le proprie braccia alla propria terra. Una marea di subagenti, coi quali suddividere a metà il guadagno, invogliava con tutti i mezzi i giovani siciliani a partire, anche chi non aveva neppure un soldo in tasca; una quantità di usurai si mise all’opera erogandoin soccorsodel povero nullatenente un prestito che garantiva il biglietto prepagato con l’obbligo, appena messo piede in suolo americano, di firmare un contratto davanti al notaio che garantiva per tutto il tempo necessario rimborso a favore del “boss del lavoro” che aveva anticipato il costo.

Furono in molti quelli che lucrarono sulla emigrazione, pure le cosiddetteSocietà di mutuo soccorso”, sorte sul suolo americano, che aiutavano i nuovi arrivati per l’ottenimento della cittadinanza; e quel sogno fece crollare ogni speranza di ripresa ad una terra ricca e fiorente rapinata non solo dell’oro del Banco di Sicilia, non solo delle industrie smontate bullone per bullone, ma soprattutto dei giovani siciliani che andando via fecero la fortuna di tutti gli stranieri e loro procacciatori e contribuirono ad immiserire la loro "madreterra" Sicilia.

Che dire oggi? Una emigrazione forse peggiore e ben più pericolosa è in atto, una emigrazione crescente con radicale impoverimento della Sicilia e del suo popolo: l’emigrazione degli studenti universitari al Nord.

A dispetto del fatto che le università  che hanno sede in Sicilia sono  tra le più antiche e prestigiose del mondo, sono tante le famiglie siciliane che mandano i propri figli e nipoti a studiare nell’Italia del Nord-Est, del Nord-Ovest, del Centro pagando rette da capogiro alle università private, foraggiando quelle pubbliche di quelle regioni, e, conseguenzialmente, depauperando le università  siciliane che vedono venir meno circa un quarto della naturale popolazione studentesca. Arricchiscono, inoltre, i proprietari di immobili e gli operatori commerciali delle città dove i figli vanno a stabilirsi con fiumi di danaro che vengono sottratti alla economia siciliana e, segnatamente, ai proprietari di immobili e a tutti quegli operatori siciliani che vengono esclusi e vulnerati dalla mancanza di quei flussi di danaro circolante che consentirebbero nuovi investimenti, implementazioni e migliorie, nuovi posti di lavoro, offerte di servizi adeguate e tutto quanto concorre a rendere florida e stabile una economia.

Alla semplice notizia di provvidenze che verrebbero erogate dalla Regione Siciliana per incentivare gli studenti a rimanere in Sicilia, i vari rettori delle università del Centro-Nord sono insorti con vibrate proteste che si sintetizzano nella frase: “non potremo più fare ricerca”. Sono talmente abituati a vedersi foraggiare dagli studenti che arrivano dalla Sicilia a scapito della ricerca delle università dell'Isola che pretendono di continuare a farsi finanziare con i soldi dei siciliani.

Probabilmente come avveniva per coloro che un secolo e mezzo fa invogliavano per interesse l’emigrazione dei disoccupati, oggi il pregiudizio di una migliore formazione e pubblicità occulte mirate per le università private inducono decine di migliaia di siciliani a lasciare la loro Terra per poi, per lo più, e dopo avere speso centinaia di migliaia di euro nelle città del Nord arricchendo università e commerci vari, ritornare con la spocchia di ritenersi superiori e la pretesa di essere considerati migliori del siciliano che ha studiato e si è laureato in Sicilia. Questo è il dramma del siciliano che continua a sentirsi inferiore degli abitanti del Centro-Nord Italia e da cui deriva lo snobistico convincimento che l’aria del continente nobiliti. Questo preconcetto diviene ulteriore causa di mortificazione della Terra di Sicilia inchiodata al destino di essere considerata inferiore innanzitutto proprio per mano del suo stesso popolo.

Chiaramente bisogna tutelare le legittime aspirazioni di giovani che non trovano in Sicilia la Facoltà che gli consenta di svolgere nel loro progettato futuro il lavoro a cui aspirano, ed allora si comprende il sacrificio di chi, ad esempio, desiderando conseguire la Laurea Magistrale in “Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni” (che esiste in Italia esclusivamente ad Urbino), affronti il sacrificio di recarsi nelle Marche.

Bisogna compiere scelte quotidiane coerenti con lo scopo di rendere più prospera e ricca la Terra di Sicilia!

In quest’ottica bisogna considerare che gli studenti che restano in Sicilia pagando le rette alle università siciliane permettono alle stesse di incrementare le loro disponibilità economiche e quindi di avere fondi per la ricerca, di ampliare l’offerta formativa, di divenire competitive quantomeno a livello europeo, di essere autorevoli protagoniste della transizione dai percorsi educativi e formativi al mercato del lavoro per potere offrire sbocchi adeguati ai neolaureati che, peraltro, mantengono in circolazione miliardi di euro nel territorio siciliano favorendo la creazione di economie virtuose che solo una vivace movimentazione economica consente per il bene di TUTTI I SICILIANI, anche dei Siciliani di domani.

 

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