Triplicata la mortalità per infarto, non si va in ospedale o si arriva tardi

Autore:
Redazione
11/05/2020 - 03:42

Quello che si temeva è accaduto: i cardiologi avevano già colto i segnali appena scoppiata la pandemia e i primi dati confermano che la mortalità per infarto è triplicata passando dal 4.1% al 13.7% a causa della mancanza di cure (la riduzione dei ricoveri è stata infatti del 60%) o dei ritardi (i tempi di arrivo negli ospedali sono aumentati del 39%), provocati dalla paura di essere contagiati dal coronavirus.

Lo spiega Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC), a seguito di uno studio nazionale in cinquantaquattro ospedali, nella settimana 12/19 marzo, durante la pandemia di Covid-19, confrontandola con lo stesso periodo dello scorso anno. La situazione rischia di bruciare vent’anni di prevenzione, temono i medici. La ricerca è in corso di pubblicazione sull’European Heart Journal.

Gli esperti avvertono: abbassare la guardia sulle malattie cardiovascolari, responsabili di circa 260.000 decessi ogni anno, e non ricostruire la rete dell'emergenza cardiologica, potrebbe essere molto pericoloso. «Se questa tendenza dovesse persistere e la rete cardiologica non sarà ripristinata, ora che è passata questa prima fase di emergenza, avremo più morti per infarto che di Covid-19», aggiunge Indolfi, ordinario di Cardiologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro.

«L'organizzazione degli ospedali e del 118 in questa fase è stata dedicata quasi esclusivamente al Covid-19 e molti reparti cardiologici sono stati utilizzati per i malati infettivi. Per timore del contagio i pazienti ritardano l'accesso e arrivano in condizioni sempre più gravi, con complicazioni, che rendono molto meno efficaci le cure salvavita come l'angioplastica primaria», sottolinea Indolfi.

«Il calo più evidente ha riguardato gli infarti con occlusione parziale della coronaria, ma è stato osservato anche in ben il 26,5% dei pazienti con una forma più grave d'infarto. La riduzione dei ricoveri per infarto è stata maggiore nelle donne rispetto agli uomini e non solo i pazienti con infarto si sono ricoverati meno ma quelli che lo hanno fatto si sono ricoverati più tardi», afferma Salvatore De Rosa, coautore dello studio.

Nonostante la pandemia di SARS-CoV-2 si sia concentrata nel Nord Italia, la riduzione dei ricoveri per infarto è stata registrata in modo omogeneo in tutto il Paese: Nord e Sud 52,1% e 59,3% al Centro.

«Una riduzione simile a quella dei ricoveri per infarto è stata registrata anche per lo scompenso cardiaco, con un calo del 47% nel periodo Covid rispetto al precedente anno. La riduzione dei ricoveri per scompenso cardiaco è stata simile tra gli uomini e le donne. Una riduzione sostanziale dei ricoveri è stata osservata anche per la fibrillazione atriale con una diminuzione di oltre il 53% rispetto alla settimana equivalente del 2019, così come è stata registrata una riduzione del 29,4% di ricoveri per malfunzionamento dei pacemaker, defibrillatori impiantabili e per embolia polmonare», osserva infine Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto SIC.

(ANSA/Maria Emilia Bonaccorso)

 

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